Food delivery: la domanda cresce del 40 per cento, secondo i ristoratori

La Federazione italiana dei piccoli esercizi (Fipe) si occupa anche di raccogliere i dati sulle questioni più importanti che riguardano il commercio. In queste settimane uno dei temi è il food delivery, la consegna a domicilio, diventata per alcuni unica fonte di reddito dopo il decreto dell’11 marzo 2020 che ha imposto l’obbligo di chiusura delle attività di ristorazione. Il delivery è l’unica eccezione: solo così si può continuare a lavorare.

Il centro studi Fipe ha rilevato che il delivery non è ancora “un business per tutti” ma che le potenzialità di sviluppo nell’ambito della ristorazione tradizionale non mancano: fra gli imprenditori della ristorazione tradizionale, con il servizio al tavolo e una vocazione gastronomica legata al territorio di appartenenza, solo il 5,4 per cento era già in grado, al momento dell’entrata in vigore del decreto, di fornire un servizio di food delivery. Il 10,4% si è subito attivato per svilupparlo mentre il restante 85% ha affermato di non avere intenzione di muoversi in questa direzione. “Nel quadro di una situazione che resta drammatica – spiegano da Fipe – il 40% dei ristoratori segnala una buona crescita della domanda di cibo a domicilio. Tra coloro che hanno dichiarato di non essere interessati al food delivery, e che pertanto hanno chiuso l’attività, il 35,5% ritiene di non avere i mezzi necessari per farlo mentre il 64,5% pensa che in questa situazione non sia economicamente sostenibile”.

Ci sono anche i dati che riguardano i consumatori: tra gli utilizzatori saltuari del periodo pre emergenza, il 24% ha fatto ordini almeno 1 o 2 volte da quando è iniziato il lockdown, l’ha fatto invece il 53% di coloro che si era rivolto al delivery solo poche volte. Tutti i dati si trovano qui.

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